mercoledì 26 maggio 2010

Mettetevi nei suoi panni

Sono anni che svolgete il vostro lavoro di cameriere e vi siete conquistati la soddisfazione di servire ai tavoli all'aperto di un bar di tradizione, circondato dalle colonne di piazza San Carlo a Milano.
State stancamente portando a termine un lungo lunedì di lavoro, una delle prime giornate di caldo torrido che si fa sentire nelle gambe che già vi pregustate di sollevare sul divano, giunti a casa dopo aver finito di appoggiare le sedie sopra ai tavoli e spegnere le luci dell'insegna.

In un corso Vittorio Emanuele deserto, da piazza San Babila, sentite avvicinarsi delle voci garrule, per lo più femminili, ma non solo. Ancora sperate che la cosa non vi riguardi.
Invece mettete a fuoco una ventina di persone: qualche uomo, tante donne, alcune di loro portano sotto braccio delle scatole di cartone. Tutti vengono proprio verso di voi. Sono tanti e sembrano decisi. Non hanno solo sete, chiedono addirittura di mangiare…

Mangiare? E' tardi!

Ci provate a dissuaderli: "Solo toast, panini e pizze".
Sperate che ripieghino verso un ristorante da dopo teatro.
Invece niente, quelli rimangono: "Va bene. Ci mettiamo qui?"

Qui? Ma sono tanti!

Troppi per questi tavolini ordinati, già in gran parte sparecchiati per la notte. Vi tocca spostarne una decina per accostarli e formare una lunga tavolata, di quelle che ricordano le pizzate di fine anno delle scolaresche.

Ed è come di fronte ad una scolaresca indisciplinata che vi ponete, mentre raccogliete le ordinazioni a gruppi, con piglio impaziente e un po' scoraggiato: "Quante Coca Cola? Quante birre piccole? Quante medie?".
Quelli ascoltano poco, avanzano persino richieste fuori dalle righe, del tipo "Una Corona", "Una Coca Zero", "Un bicchiere di vino rosso"… e voi calcate sempre più nervosamente la vostra penna sul palmare dove annotate le ordinazioni.

Archiviate le bibite, non vi resta altro che inscenare una sorta di Mercante in Fiera esibendo e mettendo all'asta i panini già pronti, cioè avanzati a fine giornata: "Questi hanno il salmone. Quanti al salmone?", "Questi invece la bresaola e la rucola. Quanti? Nessuno li vuole?".
E poi i toast da scaldare. E persino le pizze, mica solo margherite, anche una prosciutto e funghi: tocca riaccendere il microonde per scongelarle!

Mentre voi cercate di mantenere l'ordine e correte e consegnate i piatti e i bicchieri, quelli ridono e si divertono: chiacchierano fitto, armeggiano ognuno col suo iPhone e talvolta usano dei nomi in codice…
Certo che sono strani!
Non contenti della confusione che hanno portato in questa notte milanese fatta di palazzi vuoti e uffici chiusi, hanno formato un'alta pila con quelle scatole di cartone tutte uguali: sono confezioni di pannolini, taglia newborn.
Vuoi dire che sono dei genitori? questi? e dove le hanno lasciate le creature? abbandonate a casa per venire a disturbare voi?

E poi li sentite anche lamentarsi: "E il formaggio della pizza è così, e le birre sono calde, e le piccole sono troppo piccole, e le medie non sono medie"… Uno allora ne chiede ancora: "Per favore, una birra grande".
Ha detto grande?
E voi per tutta risposta gli riempite un bicchiere che sembra un cilum, da cui gli sarà pressoché impossibile bere.
Ma niente: neanche questo basta a far passare il buon umore alla compagnia. Alla vista del cilum arriva pure un applauso e gli fanno gli auguri: "Buon Compleanno!".

E ancora parlano, parlano. E ridono. E non se ne vanno!

E' quasi mezzanotte. E questo è solo un bar.
Dovete farglielo capire che si chiude, che voi domattina presto dovete ricominciare coi caffè e cappuccini, con le orde di turisti e le colazioni d'affari.
Così ricominciate a sollevare sedie, e ci manca poco che chiudiate gli ombrelloni sulle loro teste, quando finalmente quelli si riprendono le loro scatole di pannolini e si alzano.

Si salutano, si dividono in gruppetti, si promettono di rivedersi.
E ancora ridono.
Hanno tutta l'aria di essere stati a vedere uno spettacolo comico.
Oppure -vi viene questo sospetto- ridono di voi.

venerdì 21 maggio 2010

Del valore dei soldi e delle cose

Del valore dei soldi e delle cose ogni tanto ci ritroviamo a parlare coi nostri figli, soprattutto col Bimbo Grande, che ultimamente ci ha sorpreso con qualche osservazione inopportuna e qualche domanda esplicita sull'argomento. Non sappiamo se ci siano state conversazioni con gli amichetti o delle battute fatte dagli adulti che lo abbiano colpito, ma ci siamo accorti che era il caso di provare a rassicurare e spiegare. Rassicurare perché i bambini non vivano ansie magari immotivate o di cui non potrebbero cogliere le giuste proporzioni, ma soprattutto spiegare che non è scontato avere ciò che si ha, che noi genitori dobbiamo fare le nostre scelte riguardo a cosa comprare e cosa no, perché non si può avere tutto, che con il denaro speriamo di poter dare loro quello di cui hanno bisogno e che fa loro piacere, che apprezziamo alcune cose belle ma non quelle la cui unica funzione è l'ostentazione di ciò che ci si può permettere, che c'è tanta gente che ha ben più di noi ma anche tantissima che ha molto meno o addirittura niente.

Proprio l'altra sera a cena ci siamo trovati a provare a fare degli esempi, che potessero lasciare il segno in un bambino di quasi otto anni: a dirgli che è sbagliato far dei confronti sulla dimensione delle case in cui si abita, sui giocattoli che si possiedono e anche sulle attività che si possono svolgere, che si può ferire un compagno di classe persino ritenendo banale la partenza per le vacanze o la partecipazione al corso di calcio e alla gita scolastica.
Senza esagerare, ci è sembrato giusto vedergli sgranare gli occhioni di fronte al pensiero che ciò che gli sembra naturale avere o fare in realtà non lo è per tutti, perché questa è la sensibilità che speriamo possano sviluppare i nostri figli: non siamo dei ricconi ma vogliamo sentirci fortunati e, piuttosto che invidiare chi mette in mostra ciò che ha, ricordarci di chi invece con pudore soffre per quello che non può avere.
Sappiamo che è ancora presto, che la consapevolezza verrà col tempo e che certi discorsi andranno fatti e ripetuti, chissà quante volte, e magari non sarà mai abbastanza. Ma, un passo per volta, ci proviamo.

Però questi discorsi forse andrebbero fatti per bene, con tanti chiari esempi e un po' meno delicatezza, anche ad altre tavole…

Magari nel salotto rosa da cui ha reso le sue ormai celebri dichiarazioni la neomamma Ministro che, forte di qualche settimana di esperienza, si erge a modello e sprone di tutte le madri italiane, come se il suo rientro al lavoro super-protetto, con bambina al seguito nella nursery privata e uno stuolo di persone ad aiutarla e a raggiungerla fino a casa per qualche firma, fosse confrontabile con quello di una qualsiasi donna in equilibrio fra ufficio, spesa, asilo nido e come se la remunerazione, le soddisfazioni e le responsabilità che il suo ruolo le offre fossero le stesse di un'impiegata qualunque.

Oppure davanti ad una finestra con vista sul Colosseo, a casa dell'ex-Ministro due volte dimissionario che, ignaro del prezzo di mercato della sua dimora, si lamenta perché è "un po' buia e non un attico, ma un mezzanino" e, con aria contrita, cerca pure di commuoverci dicendo che per lui sborsare 610mila euro dopotutto è stato un bel sacrificio: "Un buon prezzo, forse eccessivamente un buon prezzo. Per me è stata la prima casa che ho comprato e mi è sembrato comunque un prezzo importante. Ho fatto uno sforzo".

Ma anche nell'appartamento in affitto dell'Onorevole dell'opposizione che ho sentito ieri alla radio fare i suoi bravi conti sullo stipendio da parlamentare e dire che ritiene di guadagnare il giusto, "sicuramente non troppo", poiché le sue uscite mensili dovute al lavoro ammontano a 10.800 euro (cita i viaggi, misteriosamente dal momento che i parlamentari non pagano treni, aerei nè autostrade, il mantenimento della segretaria, dell'agenzia di stampa e una bolletta telefonica a tre zeri) e quindi ciò che le rimane dei 15mila ("lordi" precisa, come se le tasse le pagasse solo lei) che le spettano non le permette di mettere da parte il capitale necessario per acquistare una casa di proprietà.

Pare proprio che un bel bagno nella realtà della gente comune farebbe bene anche a tanti adulti.

martedì 11 maggio 2010

Le scadenze non sono per tutti

E' la terza volta che affrontiamo la trafila dell'iscrizione alla scuola dell'infanzia comunale, quindi ormai ne conosciamo le tappe. Fortunatamente rassicurati dalla posizione occupata dalla Piccolina nell'elenco provvisorio dei bambini ammessi, attendiamo di perfezionare l'iscrizione all'uscita delle graduatorie definitive.

La data entro cui "presumibilmente" avremmo dovuto vederle pubblicate, per altro indicata dallo stesso Comune di Milano, non pretesa da noi genitori, era il 19 aprile.

Effettivamente intorno alla metà del mese scorso è stata aperta una sezione dedicata nel sito, il che dava da sperare bene. Invece ancora oggi, 11 maggio, vi si legge soltanto:

"Le graduatorie definitive di ammissione alla Scuola dell'Infanzia per l'anno educativo 2010-2011 verranno pubblicate appena possibile nei prossimi giorni.
L'Amministrazione Comunale, a fronte dell'andamento delle iscrizioni, si sta adoperando per offrire, con le graduatorie definitive, un posto a tutte le famiglie."


Sorvolando sull'incertezza e anche l'ironia di quel "nei prossimi giorni" promesso da più di tre settimane, dando pure per buono che il Comune "si stia adoperando" indefessamente per garantire alle famiglie ciò a cui dovrebbero semplicemente avere diritto, cercando poi di dimenticare che il prezzo che pagheranno i nostri figli saranno classi sempre più numerose a fronte di organici ridotti ormai all'osso…

Quello che veramente mi irrita è il tono con cui invece, nella circolare, si parla dei nostri, di doveri:

"L’accettazione del posto deve avvenire mediante compilazione dell’apposito modello presso il Polo territoriale al quale afferisce la Scuola dell’Infanzia assegnata entro e non oltre il quinto giorno lavorativo successivo alla pubblicazione delle graduatorie definitive.
La mancata accettazione da parte dei genitori entro i termini sopraindicati, equivale a rinuncia al posto nella Scuola dell’Infanzia."

Constatando che la data di pubblicazione delle graduatorie definitive è tuttora ignota e che l'unico modo per appurarla sarà, come abbiamo fatto da un mese a questa parte, ricordarci di tenere d'occhio quotidianamente il sito del Comune o le porte dell'asilo, considerando che i genitori devono presentarsi in segreteria personalmente e che organizzarsi per tempo è impossibile, vista la puntualità dell'Amministrazione Comunale nel rispetto delle scadenze, io trovo scandaloso che dobbiamo addirittura sentirci minacciati di perdere il posto, qualora superassimo i "termini sopraindicati".

Il Comune si concede, senza una parola di scuse, quasi un mese di ritardo.
E noi genitori? Pronti, via… di corsa! Se ci metteremo più di cinque giorni dal loro segnale, saremo fuori.
Senza dimenticarci di ringraziare, ovviamente, per il solo fatto di essere ammessi.



Aggiornamento al 12 maggio: nottetempo, le graduatorie definitive sono state pubblicate qui.
Il termine ultimo per l'accettazione del posto è mercoledì 19 maggio, presso i Poli territoriali elencati in allegato al sito.

Se avessi saputo che avrebbe funzionato così, avrei scritto prima questo post.

lunedì 3 maggio 2010

Grafomani per necessità

"Voi donne parlate troppo".
Vero: sembriamo nate per questo e ci stordiamo da sole, fin da piccole, con tutte quelle chiacchiere fitte e veloci.

Noi mamme però ormai ci proviamo soltanto, nei ritagli di tempo. Collezionando un numero imbarazzante di conversazioni interrotte.

Ci proviamo all'ingresso dell'asilo e all'uscita da scuola, scambiandoci solo qualche battuta di circostanza e, se accenniamo qualche discorso un po' più strutturato, lo dobbiamo sicuramente abbandonare per dare e ricevere un bacio di saluto, per seguire una mano che ci strattona impaziente, per rispondere senza indugi ad una richiesta per i programmi del pomeriggio, per correre a casa richiamate all'ordine dall'enfatico grido "mamma, voglio la merenda, muoio di fame!".

Ci proviamo per telefono, accavallando le nostre voci a quelle dei bambini che piangono, chiedono, litigano fra loro, intervengono, sostenendo la cornetta con la spalla mentre li nutriamo, li cambiamo, li laviamo, mentre tiriamo fuori i giocattoli, i pennarelli, i fogli e qualsiasi altra cosa, incredibilmente, diventi sempre urgentemente necessaria proprio mentre saremmo in altro impegnate.

E poi, qualche volta, ci proviamo organizzandoci per bene: dai, vediamoci, da me, da te, nel tal parco… così i bambini giocano e noi chiacchieriamo.

Sì… chiacchieriamo!

Ne viene fuori un caos di preamboli lasciati lì, di domande rimaste senza risposta, di racconti monchi, di osservazioni sconclusionate.
Difficile, alla fine di questi tentativi di conversazione amena, persino cercare di tirare le fila.

Già, stavamo parlando di quello e poi lei è andata a recuperare la palla uscita dall'area gioco. Ce ne siamo dimenticate.
Poi mi raccontava quell'altra cosa e il Bimbo Grandicello si è fatto male, così io l'ho consolato e lei è andata a procurarsi del ghiaccio. Chissà come è andata a finire?
Mi chiedeva del nostro pediatra e io alla fine non le ho nemmeno detto il nome, perché uno dei suoi si è allontanato, oppure la Piccolina si è avvicinata troppo alle altalene in movimento, oppure il Grandicello ha ricominciato a piangere, oppure il suo le ha chiesto una cosa, oppure…
Facevamo progetti sulle prossime occasioni di incontro e ci siamo accorte che ormai era ora di andare lei a casa, io a recuperare il Grande al corso di calcio. E alla fine, già lontane, ci siamo lanciate la solita promessa: ciao! ci vediamo ancora, eh? dobbiamo ripetere.

Ogni tanto ci vuole, sicuramente. E' bello guardarsi in faccia, far incontrare i bambini, sentire le voci e vedere i sorrisi.
Però è anche tanto faticoso. Non riusciamo a concludere un discorso. Non un ragionamento, per quanto banale, sembra avere un capo e una coda.

Pare così strano, poi, che ci ritroviamo tutte dietro una tastiera?
Restando ognuna nel luogo in cui deve essere, mettendo insieme quei frammenti di tempo concessi o rubati, siamo una folla di donne che non vedono l'ora di scrivere: un post, un commento qua e là, una mail, anche solo un sms… per provare l'ebbrezza di finire una frase, riuscendo a metterci il punto.