martedì 30 marzo 2010

Come se niente fosse

Ma chi l'ha detto che il confronto più duro che una neo-mamma debba affrontare sia quello con le altre mamme?
Vogliamo parlare del confronto con le altre donne, con le amiche non ancora mamme e con il ricordo della ragazza di belle speranze, tutta vita sana, chiacchiere spensierate e cura del corpo che si è trasformata in un rotondo e nauseato contenitore prima e in una amorevole e assonnata latteria poi?

Il complimento di cui andavo più orgogliosamente fiera, dopo la nascita del mio primo bambino, era: "non sei una mamma che parli solo del suo bambino, sei una persona con cui si riesce a chiacchierare ancora di tutto".
E meno male!
Mi sentivo già abbastanza isolata ad avere orari e ritmi completamente diversi dalle mie amiche, ad essere ormai esclusa da tutte le iniziative da dopo-ufficio (gli aperitivi in orario da pappa e le cene con inizio all'ora in cui già da tempo dormivo profondamente sul divano)… dopotutto ero sempre la stessa, con lo stesso cervello di prima, ci mancava solo che non riuscissi a sfruttare qualche rara chiacchierata distraendomi con argomenti da gggiovane…

E così, come se niente fosse, ascoltavo con partecipazione e, nei limiti del possibile, con notevole sforzo di immedesimazione, le storie tormentate delle amiche dagli amori impossibili, le indecisioni delle future sposine ancora convinte che la scelta della vita fosse quella delle bomboniere, i racconti di avventurosi viaggi dall'altra parte del mondo e persino le descrizioni dell'enorme giovamento di un ciclo di massaggi sull'incipiente cellulite…
Come se niente fosse. Ma sempre dondolando. Perché una neo-mamma dondola. Sempre. Sia che abbia il suo bambino in braccio, sia che tenga la mano sulla carrozzina, sia che, semplicemente, si sia dimenticata di smettere anche dopo aver adagiato il piccolo nel lettino. Una neo-mamma, per mesi, si può riconoscere, oltre che dalle occhiaie, i pantaloni della tuta e i capelli raccolti, anche dal movimento ondulatorio o sussultorio che dalle braccia si trasmette a tutto il corpo.

E ancor più delle chiacchierate con le mie amiche sedute sul mio divano, mentre io, in piedi, dondolavo, ricordo come momenti di svago le serate trascorse come ospiti nei salotti altrui: ore piccole raggiunte come se niente fosse, sforzandomi di non pensare all'impossibilità di recuperare il sonno alla mattina, spese dimenticandomi del piccolo dormiente addosso, riprendendo contatto con la realtà solo al momento di salutare, ritrovandomi la maglietta stropicciata e fradicia sotto la piccola testa sudata.

Ma le più grandi e faticose esibizioni di disinvoltura, per me e Papà in 3D, sono stati i matrimoni: solo nel primo anno di vita del Bimbo Grande, abbiamo partecipato almeno ad una dozzina di matrimoni, e poi a tanti altri ancora, con uno, con due e poi con tre figli appresso. Perché lì bisogna esserci, per forza, e mettersi eleganti, e portare i bambini, eleganti anche loro, perché "com'è bello un matrimonio con tanti bambini"…
E allora, come se niente fosse: tacchi alti, e vestito da cerimonia (con strategica scollatura che consenta l'allattamento), e passeggino pieghevole, e borsa di stoffa blu piena di pannolini, cambi e giochi al posto della bustina coordinata con le scarpe. E poi ore trascorse, come se niente fosse, a tenere a bada i pargoli, senza riuscire ad avvicinarsi al buffet, a conversare sorridenti, senza trovare una mano libera con cui reggere un bicchiere, a ricevere complimenti "ma come sono belli, ma come sono bravi, ma che coraggio portarli qui..."
Già, che coraggio, ma chi me l'ha fatto fare?
Com'è che tutti gli altri ballano e si divertono leggeri e noi a fine serata ci sentiamo come reduci da una sessione di spinning?
Perché, vestita elegante, coi capelli sciolti, il trucco ben fatto e coi tacchi che sprofondano nell'erba, mi sento così fuori luogo a rincorrere i pupi piegata in due?
E' vero: "com'è bello un matrimonio con tanti bambini…"
Ma perché solo noi siamo conciati così?
Dove sono tutti gli altri bambini? non dovevano essercene tanti?
"I miei li ho lasciati a casa, con la nonna, con la tata, con la zia… Mi sono presa un giorno di vacanza, così me la godo..."
Già, perché è più facile mostrare disinvoltura, e sentirsi, come se niente fosse, una donna più che una mamma, quando i figli non te li porti dietro!


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giovedì 25 marzo 2010

Come un figlio unico

Si chiama espansore rapido del palato. E' un apparecchietto fisso, con una vite da far ruotare inserendo una chiavetta in un minuscolo foro ogni due giorni, ed è rapido davvero: in due mesi il nostro Bimbo Grande, senza grossi disagi, sembra aver risolto una malocclusione piuttosto marcata e, con qualche altro mese di mantenimento, sarà libero e ancor più bello di prima.

E poi, grazie a questo apparecchietto, abbiamo imparato a ritagliarci un paio d'ore da trascorrere insieme, da soli: a mezzogiorno lo vado a prendere a scuola, con una breve passeggiata raggiungiamo lo studio dentistico per il controllo mensile che dura una ventina di minuti, e poi, sulla strada del ritorno, ci fermiamo in un bar per mangiare un panino. Siamo una coppia insolita nel panorama della pausa-pranzo milanese, me ne rendo conto dalla tenerezza con cui i camerieri trattano il giovanissimo cliente e premurosi gli domandano se sia tutto di suo gusto, mentre lui mangia lentamente e si guarda intorno.

Ancora in tempo per una mezz'ora di intervallo in cortile e per le lezioni pomeridiane, lo riporto a scuola, come se niente fosse, come se nessuno si fosse accorto di quel paio d'ore che abbiamo rubato. Da soli io e lui, il mio ragazzino che sta crescendo in fretta e che, ogni tanto, mi piace poter ascoltare con calma, senza i fratellini intorno, portandomelo in giro per una passeggiata inusuale.

lunedì 22 marzo 2010

Di acquisti al buio e cantonate

Qualche settimana fa, nel racconto Moonlight shadow, che chiude il bellissimo Kitchen di Banana Yoshimoto, ho letto l'illuminante frase: "Intraprendere qualcosa di nuovo partendo dagli oggetti è la cosa peggiore, ma bisognava guardare avanti".

Ho risentito il sapore dei mesi di gravidanza, tra fantasie e timori e la sensazione di salto nel buio che ha accompagnato gli acquisti per il corredo del mio primo bambino. La pancia cresceva, il piccolo scalciava con forza a ricordarmi la sua vivace presenza, tutti intorno chiedevano, dopo il sesso e la data prevista per il parto: "allora avete comprato già tutto, vero?". E così, stanca di rispondere "mi sembra ancora presto", ho deciso di spingere in un angolo l'istintiva scaramanzia e, allo scoccare del settimo mese, ho iniziato con Papà in 3D a varcare soglie di negozi per l'infanzia.

Il primo acquisto è stata La Carrozzina: nessun dubbio. Era Lei. Era Quella Blu, con il maniglione grande che avevo visto con invidia spingere dalle mamme-già mamme che mi sembravano tutte così belle e felici mentre andavo a lavorare e, nel segreto, fra un conato di vomito e l'altro, mi accarezzavo la pancina invisibile aspettando che il primo trimestre di gravidanza si concludesse. Era Un Nido di Piquet Bianco che avrebbe cullato morbidamente il mio delicato pulcino ancora caldo…
Poco importava che richiedesse dei tempi di consegna degni di una fuoriserie, che fosse pesante e senza ruote sterzanti. Ancor meno importa che, anziché un delicato pulcino, io abbia poi partorito un nerboruto cucciolo urlante, assai deciso nel manifestare le sue contrarietà e che i lenzuolini ricamati da me e la Nonna in 3D con amore siano finiti tutti stropicciati sul fondo sotto i piedini scalcianti…
Era Lei. Doveva essere Lei, e Lei è stata. Perché è giusto anche concedere qualcosa alla gravida sognante e perché, per altre due volte, quella stessa carrozzina è stata recuperata dalla cantina ed ha tenuto compagnia all'immagine dei miei bambini attesi e li ha poi accolti e portati in giro, sempre più vissuta e cigolante, sempre più parte della famiglia, col piquet bianco segnato dalle manate dei fratelli maggiori.

Poi però qualcosa, o qualcuno, deve averci preso la mano, a me e Papà in 3D, in quei paradisi per la mamma e il bambino.

Perché è vero che il reparto per il bambino è molto più accattivante di quello per la mamma e non puoi portare il futuro papà, di sabato pomeriggio, a soppesare mutandine a rete o guaine contenitive per il dopo-parto.
Perché è vero che quelle commesse lì, che ti aspettano al varco, non devono mai aver aver visto un neonato se non in fotografia e, in compenso, hanno affinato un'ottima tecnica per intortare gli aspiranti genitori incerti e sprovveduti.
Perché io c'ero, eppure non riesco a giustificarmi la presenza, in casa mia, di alcuni oggetti ancora nuovi, mai usati.

Chi ha introdotto in bagno quel pesciolino verde per misurare la temperatura dell'acqua del bagnetto, dal momento che sono sempre stata in grado di controllare con una mano prima di entrare in una vasca e allo stesso modo non ho mai gettato i miei bambini alla cieca nell'acqua bollente pur senza l'aiuto di nessuno strumento?

Da dove vengono tutte quelle buste termiche portabiberon, considerando che i miei figli, nel primo anno di vita, si sono abbeverati solo al mio seno?

A cosa sarebbe dovuta servire quella lampadina notturna a forma di stellina, in una cameretta che non rimane mai al buio perché dalla finestra del bagno, senza tapparella, filtra sempre la luce?

Come abbiamo potuto non una, non due, ma ben tre volte comprare quei delicatissimi umidificatori ad ultrasuoni, quando, in realtà, il nostro pediatra ritiene che sia sufficiente un bucato steso per ridurre la secchezza dell'aria riscaldata?

Ma, soprattutto, mi domando: come ho fatto a lasciarmi convincere che, con solo qualche euro di differenza, valesse la pena che il baby monitor (quella simpatica radiolina per portarti il pianto del tuo bambino sempre con te, insomma) fosse dotato dell'accessorio in grado di rilevare persino il respiro? Ma quante ore di sonno profondo mi figuravo? Ma cosa avevo in testa?
Non me lo ricordo più. Tutto cancellato da mesi di notti trascorse dormendo tre mezze ore per volta (e tre mezze ore non sono un'ora e mezza!), di un sonno leggerissimo, interrotto dal minimo movimento del mio irrequieto bimbo, con la mano dentro alla culla pronta a riacciuffare il ciuccio.
Se qualcuno avesse la risposta e ritenesse utile un tale aggeggio, non ha che da farsi avanti: è ancora qui, a disposizione. Sempre che otto anni sul fondo di un cassetto non ne abbiano danneggiato i sensibilissimi sensori…


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venerdì 19 marzo 2010

Se dico imperfetta non dico inadeguata

In una discussione 2.0 che non mi va nemmeno di citare, oggi le solite vituperate mamme blogger sono state accusate, oltre delle ormai ben note autoreferenzialità e ripetitività sulle quali si è già espressa egregiamente tempo fa la mia amica My, anche di far passare il messaggio che essere una mamma "sottodotata" è meglio.

Ecco, senza entrare nel merito della polemica, mi viene spontaneo provare a chiarire alcune cose.

Per quel che mi riguarda, sono una mamma e questo certamente mi rende ben poco originale, e non solo nel panorama delle mamme blogger...
Sono una mamma a tempo pieno, che cerca di far tutto da sola, che si mette in discussione, prende posizione, esprime le sue opinioni, si assume le responsabilità delle sue scelte e vuole essere il più possibile presente nell'educazione dei suoi figli.
Per questo sono anche una mamma trafelata, spesso stanca, che quindi si può prendere i suoi veniali svarioni (come mandare a scuola il figlio maggiore con le scarpe di ricambio del minore, o chiudere l'armadietto della piscina col lucchetto la cui chiave è nella borsa, dentro l'armadietto).

Rifuggo le icone patinate delle mamme infallibili, che si muovono a passo di danza fra i giardinetti e la cucina, col sorriso smagliante e inespugnabile, perché penso che siano immagini artificiali, svilenti e, per chi non è abbastanza forte da prenderne le distanze, anche dannose.

Preferisco senz'altro l'ironia e ancor di più l'autoironia, forma d'intelligenza purtroppo assai rara.

Se rivendico la mia imperfezione non è solo perché poche cose risultano antipatiche quanto il suo contrario, ma anche come segno di autenticità, completezza e, soprattutto, sincerità.

Commetto sicuramente i miei errori, perché faccio tanto.
Però faccio del mio meglio. Ed è di questo che sono orgogliosa.

Penso che conoscere i propri limiti e scherzare sulle proprie debolezze sia ben diverso dal crogiolarsi nella propria inadeguatezza.

giovedì 18 marzo 2010

Riderci sopra è meglio

Non puoi raccontare proprio tutto tutto alla tua cara amica seduta sul divano mentre si accarezza la grande pancia, si confida e ti fa domande, perché assolutamente non vuoi essere una di quelle che spiattellano per filo e per segno i particolari più truculenti del loro parto a chi non c'è ancora passata, e nemmeno entrare nel novero delle noiosissime mamme-io facevo così-il mio bambino di qui, il mio bambino di là, perché sai che in fondo certe emozioni, finché non le si prova, non le si può nemmeno immaginare e perché pensi anche che sia giusto lasciare qualcosa alla sorpresa...

Però, davanti a quella panciona rotonda, ritorni con la mente alla prima gravidanza, con le sue incognite e le sue attese, ricordi bene che, fra le tue amiche, sei stata la prima ad aspettare un bimbo e che quindi ti guardavano come un animale da studiare, ma non avevano consigli da darti e che, d'altro canto, moltissime persone estranee, che a malapena avresti salutato, per il solo fatto di vederti incinta, si permettevano di investirti di suggerimenti, giudizi e racconti autobiografici non richiesti. Quasi che fare un bambino fosse una cosa pubblica, che consegna la tua vita nelle mani di chiunque abbia qualcosa da dire (solo da dire, eh? perché di aiuto non se ne riceve quasi mai, invece!).

E allora ti convinci che, come sempre, prenderla sul ridere sia la scelta migliore.
Perché sdrammatizzare le proprie paure rendendosi conto che sono quelle di tutte, prendersi un po' in giro per non dare consigli ma solo sostegno nelle debolezze e sfogarsi con una battuta per le ingerenze che nessuna vorrebbe ma tutte, in un modo o nell'altro, subiscono è il modo più leggero per colmare la solitudine senza invadere spazi che devono rimanere privati.

Ti rivedi, tornata a casa da poche ore dall'ospedale, ritrovare in frigorifero i flaconi degli oli essenziali che al corso preparto ti erano stati indicati per combattere il dolore e accorgerti che, quando è arrivato il momento, li hai dimenticati lì, che durante il travaglio non ti sarebbe neanche lontanamente venuto in mente di annusare lavanda, salvia e altri aromi, come del resto hai rifiutato con un secco non mi toccare il massaggio lombare che il povero Papà in 3D era stato addestrato ad eseguire durante lo stesso corso… mentre l'unica frase dell'ostetrica Elena che continua a risuonarti nella mente e che, a posteriori, riconosci come la più espressiva fra le tante che hai sentito è: "per bene che vi vada, anche se non dovessero mettervi punti (e ahimè non è il tuo caso!), dopo il parto vi sentirete come se vi avessero dato 1000 calci nel sedere" e, finalmente libera dalle incertezze dell'attesa, col tuo bambino ormai fra le braccia, ci ridi su.

Ripensi alla resistenza che avevi, sul finire della gravidanza, all'idea di separarti dal tuo cucciolo e di doverlo condividere con l'abbraccio e l'amore di tutti gli altri e, dopo aver incrociato per la prima volta il suo sguardo che ti riconoscerebbe in mezzo a centinaia di altri e aver molto rapidamente compreso dalle sue grida che solo addosso a te si placano che la tua insostituibilità, per mesi, sarà indubbia e anche leggermente asfissiante… ecco che, nei momenti di grazia in cui almeno riesci a farti una doccia in intimità, ci ridi su.

Senti ancora come fosse oggi la voce di Papà in 3D che, vissuta l'esperienza della nascita con entusiasmo e presa una settimana di ferie per dedicarsi anima e corpo alla nuova famigliola, fra pratiche burocratiche da sbrigare e generi vari d'emergenza da procurarsi in farmacia, si dedica alle telefonate di rito e narra emozionato le vostre gesta, si produce in lodi sperticate della creatura e conclude con un'immancabile "è bravo, è bravo… e ci lascia anche dormire abbastanza di notte"… e tu, che hai passato la notte allattando ogni due ore e passeggiando su e giù per il corridoio cullando il pupo, proprio perché non disturbasse il sonno profondo del capofamiglia, non riesci a reprimere un "ma chi sarebbe che lascia dormire di notte???" però, dopotutto, nel vedere la gioia autentica negli occhi del neopapà pieno di buona volontà, ci ridi su.

E quante altre ne avresti ancora da raccontare, di quei giorni speciali, intensi, faticosi e irripetibili che hanno dato inizio alla tua avventura di Mamma, sempre ridendoci su


Ecco perché questo blog collabora, insieme ad altri 9 chiamati a raccolta da the Talking Village, all'iniziativa Mamma che ridere! Il primo spettacolo sulla maternità scritto a tantissime mani. Compresa la tua.

Infatti anche tu che lo leggi, lasciando un commento divertente a questo e ad altri post che saranno contrassegnati con questo banner, potrai partecipare: un tuo aneddoto sulla gravidanza e la maternità potrebbe essere premiato e diventare spunto per uno spettacolo comico che andrà in scena il prossimo maggio. Quindi commenta e racconta!

Se poi sei una blogger e vuoi diventare a tua volta partner ufficiale scrivendo dei post sul tuo blog, puoi iscriverti compilando il modulo che trovi nel sitoIn questo caso ti saranno riservati 2 posti per assistere allo spettacolo che si terrà a Milano a fine maggio e potresti addirittura trasformarti da semplice spettatrice a co-autrice, se sarai una delle 5 blogger selezionate per partecipare ad un incontro con l'autore dello spettacolo per definirne insieme i contenuti.

Puoi leggere qui il pdf del regolamento completo.

lunedì 15 marzo 2010

Istantanee di fine inverno

Mi piace vedere il sole, finalmente, che richiama i germogli sulle piante del nostro balcone.

Mi piace persino mettermi a lavare finestre e davanzali per far entrare la luce nella casa che si risveglia dall'inverno.

Mi piace rivedere le tre teste dei miei bambini, senza i berretti di lana, coi capelli che si accendono di riflessi ramati.

Mi piace ricoprire di elogi la mia Piccolina mentre si applaude da sola perché ha fatto la pipì nel vasino e immaginarmela senza pannolino sotto i vestiti leggeri dell'estate.

Mi sono goduta i bagagli frettolosi del venerdì sera, il viaggio ascoltando con Papà in 3D le canzoni dei nostri ricordi che si mescolavano col leggero russare dei tre bimbi, il risveglio nella casa del mare e due giorni di spiaggia libera per le partite a pallone dei nostri piccoli calciatori.
Mi sono inebriata del profumo dell'aria aperta sulla loro pelle e mi ricarico di nuove energie pensando alle lunghe vacanze di primavera che si avvicinano.

martedì 9 marzo 2010

Quando la regola ti fa eccentrico

In due anni d'asilo del Bimbo Grandicello (lo stesso del Grande, ma a lui è andata meglio ed è stato derubato solo di un ombrello) abbiamo visto sparire dall'armadietto un discreto numero di giochi portati da casa, una salviettina, un grembiule e, fresca novità, l'astuccio con tutti i pennarelli e la colla. Il tutto contrassegnato col nome scritto o ricamato a caratteri cubitali.

Sui giochi, era da tempo che insistevo perché li lasciasse a casa. Non è stato difficile far passare la regola e così, anche se dispiace vedere che gli amichetti continuano a portare di tutto (compresi oggetti ingombranti sgraditi alle maestre e addirittura armi, ma, si sa, per tanti genitori è così difficile e faticoso dire di no, spendendo magari qualche prezioso minuto da sottrarre alla corsa mattutina verso il luogo di lavoro!), ora almeno su quelli, col ragionamento, abbiamo raggiunto un accordo pacifico.

Però il corredo è necessario alla vita scolastica e le maestre hanno un bel dire che lo scopo è proprio responsabilizzarli, educarli a prendersi cura delle loro cose ed a tenerle in ordine… ma poi io come lo spiego ad un bambino di cinque anni che, nonostante tutte le dovute attenzioni da parte sua, sistematicamente, qualcuno gli sottrae ciò che è suo e non viene né rimproverato né invitato alla restituzione?

Ora, io capisco che un iniziale problema di cleptomania vada trattato con la dovuta delicatezza e non voglio nemmeno sapere quale o quali siano i compagni in questione. Però mi aspetterei che almeno la scuola proteggesse anche il mio, di bambino, dall'ingiustizia e dalla sensazione che le regole non valgano allo stesso modo per tutti.

E poi, questi piccoli ladruncoli hanno dei genitori che dovrebbero accorgersi di avere la casa piena di oggetti che non hanno acquistato e che riportano nomi di altri. O no?

O siamo strani noi, che cerchiamo di evitare anche gli scambi e spingiamo i nostri figli a restituire al più presto qualsiasi cosa sia stata loro anche solo prestata? che ancora ci ostiniamo a insegnare loro le regole della civile convivenza? che pensiamo che quattro o cinque anni non siano troppo pochi per essere educati con naturalezza alla legalità ed al rispetto per gli altri, mentre decisamente non accettiamo che un bambino così piccolo debba già cinicamente ritenere normale e socialmente accettato il furto? che viviamo realisticamente nel mondo e cerchiamo di spiegarlo senza sconti ai nostri figli, ma che ancora non ci rassegniamo all'ingiustizia e non siamo immuni a sentimenti come lo sdegno?

Sì. Siamo strani noi. E ancor più strani saranno i nostri figli. A meno che non si appellino a qualche decreto interpretativo ad hoc per fare la tara alla nostra educazione.

martedì 2 marzo 2010

Oggi come ieri

Più di trent'anni fa, tallonavo la mia mamma mentre sbrigava le faccende in giro per casa. Oltre a qualche immagine che affiora qua e là, ne conservo chiaro il ricordo: mi figuravo, anzi ero anch'io madre indaffarata di tanti, ma proprio tanti bambini, con l'ultimogenito Giovanni che mi faceva impazzire e sgridavo in continuazione, una gatta di nome Ciala (me ne domando ancora adesso l'origine) e, per marito, un orso di pezza in salopette rossa, grande quanto me, detto il Ciondolone, non so se per una certa mollezza o piuttosto per la sua attitudine da perdigiorno a trascorrere tutto il tempo adagiato sul mio letto.

Oggi traffico, pulisco e riordino con la mia Piccolina che mi segue più da vicino del bidone dell'aspirapolvere e mi osserva, combinata come una piccola comare: mollettone in testa, immancabile borsa sul braccio, Teddy sul passeggino o nel carrello della spesa e, se tanto mi dà tanto, chissà quali pensieri in quella testolina...